La strage del pane
È quella che si è scatenata nella Striscia, mentre ci occupavamo di Iran
Oggi è domenica 29 giugno e questa è Occhiaie, la newsletter di Generazione curata dalla sua redazione.
Lo scontro tra Iran e Israele, con l’intervento degli Stati Uniti, sembra essere sopito da qualche giorno. È durato quanto bastava per distrarre la stampa (e quindi le persone) dalla situazione nella Striscia di Gaza.
Mentre ci occupavamo degli attacchi alle risorse nucleari iraniane, che abbiamo appurato non essere stati poi tanto letali, decine di persone sono rimaste schiacciate nella calca e colpite mentre cercavano di raccogliere la farina rovesciata tra la sabbia e recuperare qualche genere alimentare.
Iniziamo.
Cosa è successo mentre Trump parlava di tregua
All’alba del 24 giugno, il presidente Donald Trump ha annunciato l’accordo di cessate il fuoco raggiunto tra Iran e Israele, e mediato dal Qatar, per interrompere le ostilità.
A poche ore all’entrata in vigore della tregua, prevista per le 7:00 del mattino, la realtà si è mostrata ben più torbida delle previsioni. Da Teheran, il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha negato l’esistenza di un accordo formale, ribadendo la linea dell’Iran: le operazioni militari sarebbero cessate solo se Israele avesse smesso i suoi attacchi.
Nel frattempo, gli aerei israeliani avevano già colpito con violenza la capitale iraniana. In parallelo, droni non identificati prendevano di mira siti strategici in Iraq: nei pressi dell’aeroporto di Baghdad, sulla base di Balad a Salah al-Deen e nella base aerea di Imam Ali, vicino a Nassiriya. Anche la base statunitense di 'Ain al-Asad veniva segnalata come possibile bersaglio di esplosioni.
Mentre Trump parlava di tregua, sul campo regnava l’esatto contrario. I media israeliani correggevano il numero delle vittime degli attacchi iraniani: da otto a tre, con almeno 22 feriti nella città occupata di Biʾr al-Sabʿ. Intanto, Teheran accusava Tel Aviv di continuare a colpire nonostante il cessate il fuoco e affermava che i missili lanciati martedì mattina non erano precedenti all’annuncio. Trump, nel suo stile da social media, si rivolgeva direttamente a Netanyahu: “ISRAELE. NON SGANCIARE QUELLE BOMBE. SE LO FATE, È UNA VIOLAZIONE GRAVE!”. Ma l’esortazione sembrava poco più che retorica.
Poche ore dopo, Israele rispondeva con un altro attacco a un sito radar nel nord dell’Iran. Secondo fonti israeliane, era una risposta quasi rituale, ma il bilancio iraniano raccontava tutt’altra storia. Il portavoce del Ministero della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, aggiornava i dati: almeno 627 morti e 4.870 feriti. L’86% delle vittime sarebbe deceduto sul colpo. L’Iran accusava apertamente Israele di crimini di guerra, ma rivendicava con fermezza la continuità del proprio programma nucleare.
Iran al contrattacco politico

Il 24 giugno, l’Agenzia per l’Energia Atomica dell’Iran confermava che gli impianti nucleari erano stati colpiti da missili statunitensi e israeliani. Ma, secondo il suo direttore Mohammad Eslami, l’Iran era preparato: i piani di riattivazione erano già pronti. Nessuna fuga radioattiva era stata segnalata, e le scorte di uranio arricchito – la vera moneta strategica – risultavano ancora intatte. Gli impianti di Fordow, Isfahan e Natanz avevano subito danni, ma gli attacchi erano avvenuti su strutture già evacuate. Le immagini satellitari mostravano crateri e distruzione, ma non un colpo letale al cuore del programma nucleare iraniano.
Nel frattempo, a Teheran si reagiva anche sul piano politico. Il Parlamento iraniano, il 25 giugno, approvava una proposta di legge per sospendere la cooperazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, denunciava l’AIEA come uno strumento politico nelle mani dell’Occidente e annunciava che l’Iran avrebbe accelerato il proprio programma nucleare pacifico, senza più ostacoli esterni.
La guerra era scoppiata poche ore dopo l’approvazione, da parte del consiglio dell’AIEA, di una risoluzione che accusava l’Iran di attività nucleari non dichiarate. Il rapporto, redatto a fine maggio, parlava di materiale nucleare nascosto e di vecchi siti mai registrati ufficialmente. Per Teheran, quel documento era il via libera diplomatico a una guerra già pianificata. Pochi giorni prima dell’inizio degli attacchi, l’intelligence iraniana affermava di aver ottenuto documenti segreti sul programma nucleare israeliano e sul presunto ruolo dell’AIEA nel fornire a Tel Aviv informazioni sensibili. Il capo dell’AEOI, Eslami, parlava apertamente di azione legale contro il direttore dell’Agenzia, Rafael Grossi.
Negli ultimi giorni della guerra, bombardieri B-2 statunitensi avevano sganciato bombe bunker-buster GBU-57 su Fordow, mentre Tomahawk statunitensi colpivano Isfahan. Con l’obiettivo dichiarato di distruggere le capacità nucleari dell’Iran. Ma fonti iraniane insistevano: il materiale era stato rimosso, le strutture messe in sicurezza, e la partita era ancora aperta. “La partita non è finita”, aveva affermato un consigliere di Khamenei.

E così, il 24 giugno, mentre Trump parlava di un “successo militare spettacolare”, Teheran prometteva continuità e rilancio. La guerra, almeno formalmente, era finita. Ma il sospetto profondo è che nulla sia davvero terminato.
Trump: “Abbiamo salvato Israele e salveremo Netanyahu”
Il 26 giugno lo scontro si è spostato sui social media, dove Trump ha pubblicato un post affermando che gli Stati Uniti “hanno salvato Israele” e ora “salveranno Bibi Netanyahu dalla persecuzione interna”. Il Presidente ha chiesto l’annullamento del processo penale contro il premier israeliano, definendolo una “caccia alle streghe” contro “un grande eroe” che, a suo dire, ha guidato Israele attraverso “l’inferno” del conflitto con l’Iran. Ha minacciato una grazia presidenziale, affermando che lo “Stato di Israele non può permettere questa assurdità”.
Le reazioni dei politici israeliani sono state fortemente divise: Yair Lapid di Yesh Atid ha detto che Trump non può interferire nella giustizia di uno Stato sovrano. Simcha Rothman, presidente della Commissione costituzionale della Knesset, ha definito l’intervento americano “inappropriato”, mentre Zeev Elkin del HaLikud ha definito “illogico” che Netanyahu debba testimoniare nel bel mezzo della crisi. Al contrario, il ministro Gideon Sa'ar ha elogiato Trump, e figure vicine al HaLikud, come Miki Zohar e Aryeh Deri, hanno già chiesto l’annullamento del processo. Diverse fonti suggeriscono che Trump potrebbe sollecitare il presidente israeliano Isaac Herzog a concedere la grazia, ipotesi al momento smentita dallo stesso Herzog.
Nel frattempo, fonti di Hamas citate dal quotidiano qatariota alsharq al‑Awsat, il 25 giugno, hanno reso noto che i negoziati indiretti per un cessate il fuoco a Gaza, mediati da USA, Qatar ed Egitto, stanno procedendo “in modo più efficace”. Hamas insiste su un ritiro completo delle truppe israeliane, un cessate il fuoco permanente e rifiuta il disarmo, pur dichiarando di poter mostrare “flessibilità”.

Un nuovo round di colloqui si terrà a breve al Cairo o a Doha, e alcune parti in contatto con Washington avrebbero già riallacciato il dialogo con Hamas. Le loro condizioni includono una cessazione delle ostilità di 60 giorni e la liberazione di metà dei prigionieri israeliani sopravvissuti, richieste ritenute inaccettabili dagli USA a maggio.
L’insaziabile violenza israeliana
Nel frattempo, la violenza israeliana continua nella Cisgiordania occupata. Il 25 giugno le forze israeliane hanno ucciso tre palestinesi e ne hanno feriti altri sette a Kafr Malik (a Ramallah), ostacolando l’arrivo delle ambulanze e proteggendo i coloni attaccanti.
A Gaza, Israele prosegue la violenta Operazione “Gideon’s Chariots” con sfollamenti di massa, bombardamenti incessanti uccidendo almeno 70 palestinesi al giorno. Il meccanismo di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation, avviato il 20 giugno con un finanziamento statunitense iniziale di 7 milioni, ha causato centinaia di morti in aggressioni da parte dell'esercito israeliano alle persone in attesa, inclusi decine di bambini.
Si contano almeno 516 morti vicino ai vari punti GHF, causati da colpiti alla testa: vere e proprie esecuzioni. Un operatore anonimo ha descritto l’operazione come “caos puro” e una “trappola per gli aiuti”, mentre le Nazioni Unite avvertono di una “militarizzazione del cibo” e crimini di guerra. L’11 giugno un attacco israeliano vicino al Corridoio di Netzarim ha ucciso 25 persone in cerca di aiuti, mentre testimoni parlano di persone schiacciate nella calca o colpite mentre cercavano raccoglievano farina rovesciata tra la sabbia.

A cura di Wigdane Zniti
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